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GUERRA DEI DAZI/ Il vantaggio degli Usa e il “piano B” che manca all’Italia

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L’Organizzazione mondiale del commercio qualche giorno fa ha deciso che l’Unione europea potrà mettere dazi su 4 miliardi di dollari di importazioni americane a causa degli aiuti di stato ricevuti da Boeing. Il ministro delle Finanze francese, Bruno Le Maire, ieri ha confermato che l’Europa andrà avanti con i dazi perché ha “il diritto e la forza di farli”; la dichiarazione è arrivata nonostante Trump giovedì abbia dichiarato di essere pronto a rispondere con dazi molto più duri e che “l’Europa non vuole fare niente. Lo garantisco”. Teniamo sempre presente che il surplus commerciale francese con l’America è una frazione di quello tedesco e di quello italiano.
Sullo sfondo di questa vicenda c’è il tema del deficit commerciale americano, insostenibile, e del piano americano di riportare in patria manifattura e di separare le proprie catene di fornitura globale dalla Cina. Gli Stati Uniti non intendono più dipendere dalla manifattura cinese per tante ragioni inclusa quella di un confronto sempre più aspro. È un cambiamento epocale le cui prime avvisaglie, sotto forma di dissapori tra Germania e Stati Uniti, risalgono alla presidenza Obama. Queste vicende non si risolvono davanti a un tribunale e l’Unione europea ha “violato” le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio come tutti gli altri.
L’Europa vive di surplus commerciale e dipende dagli Stati Uniti e dalla Nato per la sua difesa. Il problema strutturale europeo è che la Cina non è più un mercato di sbocco e che nei Paesi emergenti, che invece hanno bisogno di tecnologia estera, conta la geopolitica e quindi l’Europa “fatica”, per usare un eufemismo, contro l’influenza cinese, americana o anche russa sia in Africa che in Medio Oriente; l’unica eccezione è la Francia, ma è troppo poco.
Il problema della strategia americana è che il rimpatrio della manifattura oggi “appaltata” alla Cina determinerebbe un rialzo dei costi insostenibile dato che il costo della vita in America è molto più alto di quello cinese senza considerare le condizioni considerate accettabili per i lavoratori. La transazione è complicata e lunga, ma l’America ha alternative: l’anglosfera, gli alleati asiatici, l’India e l’Est Europa. L’America può far rientrare la catena produttiva tra mura “amiche” potendo contare su Paesi che hanno costi di produzione molto migliori di quelli americani. La strategia americana è perseguibile con i primi risultati che potrebbero arrivare in due o tre anni in un processo che non durerebbe, in totale, meno di 5-10 anni. Nell’economia post-Covid la fila di Paesi e alleati che si metterebbero in coda, offrendo ogni assicurazione geopolitica, è molto lunga. L’Europa potrebbe avere un ruolo in questa transizione solo se offrisse garanzie geopolitiche.
In sostanza l’America ha alternative, l’Europa no, perché negli ultimi dieci anni, diciamo dalla crisi del 2008, ha sbagliato clamorosamente strategia pensando che la Cina e gli Stati Uniti avrebbero per sempre accettato gli squilibri commerciali e politici.
C’è un secondo problema; gli Stati Uniti, soprattutto se Trump verrà riconfermato, imposteranno i propri rapporti con l’Europa sulla base di relazioni bilaterali: con la Francia, con la Spagna, con l’Italia, ecc. L’Italia avrebbe potuto ritagliarsi un ruolo privilegiato in questa fase facendo leva sullo storico ruolo di alleato americano. Invece, prima ha firmato un accordo commerciale “eccezionale” con la Cina, mentre oggi continua a nicchiare sul 5G dopo essersi condannata all’irrilevanza nel Mediterraneo con il suicidio libico. Forse c’è ancora qualche margine che però è strettissimo e si sta rapidamente per chiudere. L’errore dell’Italia è di non saper pensare nulla se non all’interno dell’orizzonte dell’Unione europea; come se fosse un alibi che le risparmia qualsiasi pensiero adulto. È un errore che nessun altro membro dell’Unione europea ha commesso, né ha intenzione di commettere.
Tutti hanno una perfetta comprensione di cosa sia l’Europa, un puro blocco commerciale, e di quali siano i suoi limiti strutturali; tutti hanno un piano B non tanto alla rottura dell’unione o dell’euro, ma al fatto che l’Europa possa non diventare mai un “super-Stato”. Tutti tranne l’Italia. La colpa non è né dei populisti, né, tanto meno, dell’Europa o dei tedeschi o dei francesi, ma dell’”europeismo” italiano.
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