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TASSE GREEN/ Se il clima diventa una scusa per sistemare i conti dello Stato

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Lasciate a casa i bei discorsi e portate azioni concrete. Così il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, aveva ammonito i capi di stato volati (non possono permettersi i tempi delle traversate in barca a vela) al summit sul cambiamento climatico. I compiti a casa li hanno fatto alcuni governi, vedi la maratona notturna dell’esecutivo Merkel per contrastare l’emorragia di voti verso i Verdi antagonisti della coalizione Cdu/CSsu al potere; qualcun altro ha tentato senza riuscirci e dovrà trovarsi una scusa (il foglio se l’è divorato il cane?). Come nel caso dello zoppicante pacchetto clima che il ministro dell’Ambiente Costa voleva presentare frettolosamente al Consiglio dei Ministri di venerdì senza concertarsi con gli altri colleghi dei dicasteri coinvolti dalle misure, dall’Agricoltura alle Infrastrutture.
Decreto respinto a mittente dal nuovo inquilino di via XX Settembre dubbioso sulle coperture degli interventi e soprattutto perplesso sulla portata economica di misure estemporanee e non strutturate. Una su tutte, i tagli ai sussidi ambientalmente dannosi. In questi trasferimenti, che valgono circa 19,6 miliardi di euro, c’è di tutto un po’, ma una consistente fetta è data dal differenziale di accise (quelle che nel patto di governo giallo-verde dovevano essere abolite) tra diesel e benzina. Sul piede di guerra tutto il mondo agricolo e dell’autotrasporto, ma è una misura che riguarda anche noi automobilisti dopo che per anni è stato sbandierato il mito del diesel ecologico.
Un provvedimento analogo è stato il detonatore per la rivolta dei gilet jaunes in Francia. Tanto che il presidente Macron ha dovuto fare retromarcia proponendo in alternativa un’eco contribuzione – le prodezze della lingua! – a carico del trasporto marittimo e aereo sotto forma di cancellazione delle agevolazioni fiscali sul kerosene e in sovrappiù, dal prossimo gennaio, l’istituzione di una tassa sui voli in partenza dalla Francia variabile a seconda della destinazione e del tipo di biglietto. Da 1,5 euro per tratte domestiche in economy fino a 18 euro per voli intercontinentali in business. Con uno spirito più ideologico che pragmatico visto che le emissioni di CO2 per passeggero per km percorso sono mediamente 133g nei voli di breve raggio contro 102g dei voli a lungo raggio (il decollo è la fase più energivora).
Con questa tassa di scopo si intende raccogliere denaro da destinare a politiche di sostenibilità ambientale. In verità nel decreto disegnato da Costa, più a sussidiare i consumi (car sharing, Tpl, prodotti sfusi) che ad affrontare il problema dell’inquinamento intervenendo sui processi industriali. Comunque, la logica di “chi inquina paga” facendo ricadere il costo dell’esternalità negativa sul soggetto che produce inquinamento e combinarla con un sussidio erogato ai soggetti che generano esternalità positive, può sembrare un meccanismo armonioso: incentivo un determinato comportamento e disincentivo un altro tipo di consumo. Senonché per gli effetti distorsivi della leva fiscale una tassa sui voli è irrilevante ai fini del contrasto del cambiamento climatico rispetto a misure finalizzate a incentivare la ricerca e sviluppo su carburanti e velivoli meno impattanti. Senza sottovalutare l’eterogenesi dei fini. Mettendo in crisi il settore aereo e per effetto domino penalizzando quello turistico, il gettito tributario che si vorrebbe raccogliere e distribuire per finalità ambientali si assottiglia e sul medio termine si avranno complessivamente meno entrate.
Il Governo parla di abbassare la pressione fiscale, ma poi con l’alibi dell’ambiente intende mettere mano ancora più profondamente nelle tasche dei contribuenti di un Paese che ha la pressione fiscale tra le più alte d’Europa. Soldi che poi finiscono nel calderone per tassare l’ordinario a causa dell’incapacità di tagliare gli sprechi (sono 10 mesi che manca un commissario per la spending review); la difficoltà di contrastare l’evasione; l’inverosimiglianza dei ritorni dai piani di privatizzazione.
Quindi sia chiaro a tutti l’effetto economico modesto, l’efficacia ecologica discutibile, e le conseguenze sociali incendiarie, di qualsiasi tassa di scopo sui voli o merendine, e domani magari sugli assorbenti. Ragionare piuttosto, come ha anticipato il viceministro Antonio Misiani, su un fondo di investimenti pubblici per l’ambiente per 50 miliardi in dieci anni. Certamente se poi dal ministero dell’Ambiente esce un decreto green nel quale non si è ancora in grado di sanare il contesto normativo nazionale cancellando lo status di rifiuto ai materiali sottratti al circuito di smaltimento e utilizzati come materia prima seconda nei processi produttivi. L’adeguamento della legislazione nazionale “end of waste” alla normativa europea è un passaggio fondamentale per l’attività dell’industria del riciclo, un nodo irrisolto per far decollare l’economia circolare.
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